Il vocabolario quotidiano spesso relega i termini "gesto" e "forma" a mere descrizioni di movimenti e apparenze esteriori. Tuttavia, nel profondo alveo della Tradizione nipponica, e in particolare nelle Discipline della Spada (Kenjutsu/Iaidō), questi concetti trascendono la dimensione fisica per diventare pilastri di un'intera filosofia di vita e di un percorso di perfezionamento etico ed estetico.
Le radici: etimologia e dimensione estetica
Per comprendere l'ampiezza di questa visione, è utile partire dalle loro matrici linguistiche.
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Il Gesto (GESTUS): Derivato dal latino GERERE (fare, operare, diportarsi), il gesto non è semplicemente un movimento casuale degli arti, ma l'espressione di un agire intenzionale che rivela l'essere. È l'atto manifesto che comunica l'intenzione interna, l'operazione che dà sostanza al pensiero.
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La Forma (FORMA/MORPHÉ): Dal latino FORMA e dal greco MORPHÉ, la forma è il plasmato, la figura, il modello ideale. Essa rappresenta la struttura che contiene e definisce l'energia in movimento.
Nella cultura giapponese, l'unione di gesto e forma si inserisce nella dimensione estetica, intesa non solo come la percezione del bello, ma come la sentita esperienza del bello (yūgen o sabi), un sentire che permea ogni aspetto della pratica. La ricerca della bellezza non è un vezzo, ma una necessità etica che riflette l'ordine e l'armonia interiore.
Il fluire della bellezza: grazia e potenza
Nel contesto della scherma giapponese, la bellezza del gesto e della forma non risiede nella rigidità, ma nella sua armonica fluidità e nel suo vigore controllato. Sia nell'azione dinamica che nell'immobilità meditativa (come la guardia o la posizione finale), l'esecuzione deve manifestare una grazia quasi eterea.
Questa qualità viene poeticamente paragonata a una grazia muliebre (femminile), che non significa debolezza, ma esprime la capacità di incanalare e dirigere l'energia in modo elegante e continuo: il kinagare (energia fluente). L'energia, pur essendo potenza marziale, si manifesta attraverso un'eleganza raffinata, simile al delicato sbocciare del fiore – un simbolo di perfezione naturale e di maturazione corporea che avviene senza sforzo apparente.
Questa dualità di forza e grazia ci riconduce al principio di bushi no nasake: la compassione o gentilezza del guerriero. Un autentico guerriero non è un bruto insensibile, ma qualcuno che, avendo padroneggiato la forza, può permettersi la gentilezza e la sensibilità estetica. È per questo che il bushi è spesso anche un poeta (shijin), capace di percepire e di esprimere la bellezza e la transitorietà del mondo, bilanciando la crudeltà della guerra con la delicatezza dell'arte.
La complementarietà assoluta: gesto, forma e il KATA
In senso più ampio, l'essenza di questa filosofia risiede nell'idea di complementarietà indissolubile:
Non v’è gesto che non assuma una forma e non v’è forma che non si risolva in un gesto.
Il gesto è la forma in movimento; la forma è il gesto cristallizzato. Sono due facce della stessa realtà dinamica, un'interdipendenza strettissima che, nelle Vie Marziali (Budo), trova la sua massima espressione nel concetto di KATA.
Il Kata non è semplicemente una sequenza predefinita di movimenti, ma un modello universale che implica un orizzonte a trecentosessanta gradi. Secondo lo spirito nipponico, il kata non si limita al luogo dell'esercizio (dōjō) o alla pratica con la spada (keiko), ma permea ogni aspetto dell'esistenza. L'obiettivo della ripetizione formale è l'interiorizzazione profonda del principio che regola il movimento.
Dalla gesticulatio al GESTUS: la realizzazione dell'uomo retto
Questa peculiarissima attenzione all'addestramento formale/gestuale ha un obiettivo spirituale e morale ben definito: la realizzazione del gestus, ovvero il gesto perfetto, l'azione compiuta che è espressione diretta e armoniosa dell'essere interiore.
L'addestramento formale è, in realtà, una guarigione dalla gesticulatio: l'agitazione gestuale, i movimenti superflui, l'eccessiva irrequietezza, il tic nervoso.
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La gesticulatio è l'indice di un assetto interiore instabile, confuso e frammentato, un individuo sconnesso dal ri (principio, ragione ultima).
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Il ri è la fonte dell'armonia (wa), l'ordine cosmico e morale.
Attraverso la rigorosa pratica del kata, il praticante impara a centrare sé stesso, a eliminare il superfluo e a far sì che ogni suo atto sia un'espressione necessaria e misurata del principio interiore. L'eliminazione del "gesto confuso" coincide con l'eliminazione della "mente confusa".
In questo modo, la disciplina marziale conduce all'educazione integrale del praticante, forgiandolo in un uomo retto (gishi), un'antica e nobile parola del Bushidō. Questo gishi è un individuo non solo disciplinato e valoroso, ma anche profondamente sensibile alla bellezza che lo circonda e che, grazie all'armonia interiore raggiunta, lo pervade. La sua bellezza non è estetica in senso superficiale, ma è la bellezza etica dell'animo che risplende all'esterno, rendendolo una "bella persona" (utsukushi no ito).
In conclusione, la Via della Spada si rivela una profonda arte della centratura. Attraverso la precisione del Gesto e la perfezione della Forma, l'aspirante guerriero e poeta realizza l'armonia interiore (wa), elevando l'atto fisico a veicolo di espressione spirituale e trasformando la pratica del dōjō in una costante disciplina di vita.
LUCA MATTAROZZI Personal trainer, insegnante di Ai Jutsu e Yoga presso l'associazione Dojo Maharishi Sathyananda


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