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Gli Yamabushi: Storia, Segreti e Arti Marziali dei Monaci Guerrieri Giapponesi

Yamabuschi foto storica

Gli Yamabushi (山伏), letteralmente "coloro che si nascondono o si sdraiano tra le montagne" , sono tra le figure più affascinanti e misteriose della storia spirituale e militare giapponese. Non erano semplici soldati, ma monaci asceti ed eremiti che vedevano nella natura selvaggia e impervia il mezzo per raggiungere l'illuminazione e ottenere poteri spirituali definiti "sovrannaturali" dalla tradizione popolare.

Lo Shugendō: la dottrina della montagna

Gli Yamabushi non appartengono al buddismo classico, ma sono i praticanti dello Shugendō (修験道, la via del potere spirituale mediante l'ascesi). Si tratta di una dottrina sincretica nata nel periodo Heian (VIII-IX secolo) che fonde insieme:

 

  • Sciamanesimo e Shintoismo antico: il culto dei Kami (gli spiriti della natura). La montagna non è solo un luogo fisico, ma il regno sacro del selvaggio, degli spiriti e dei morti.
  • Buddismo esoterico (Mikkyō ): in particolare le scuole Tendai e Shingon , da cui derivano mantra e complessi rituali magici.
  • Taoismo: da cui attingono nozioni di alchimia, medicina naturale e flussi energetici.

Le ascese e i rituali estremi

Per lo Shugendō, la conoscenza non si ottiene studiando i testi sacri, ma esclusivamente attraverso l'esperienza diretta e la sofferenza fisica nella natura. I monaci si sottoponevano a prove durissime, concepite come un pellegrinaggio simbolico nell'aldilà (motivo per cui tradizionalmente vestono di bianco, il colore dei defunti in Giappone): 
  • Takigyo (meditazione sotto le cascate): ore passate immobili sotto cascate d'acqua ghiacciata di montagna per purificare la mente e testare la resilienza del corpo.
  • Kano-giri (il digiuno completo): lunghi periodi trascorsi in totale isolamento nelle caverne senza cibo né acqua.
  • Sospensione dai burroni: venivano calati a testa in giù dai precipizi, legati solo da una corda, per meditare sul confine sottile tra la vita e la morte e per confessare i propri peccati.

Le abilità marziali e l'arsenale

Pur nascendo come eremiti, la necessità di difendersi dai banditi, dagli animali selvatici e dalle incursioni degli eserciti feudali spinse gli Yamabushi a diventare guerrieri temibili. Con il tempo, lo studio delle arti marziali divenne un'estensione stessa della loro meditazione per temprare corpo e spirito. 
Erano maestri nel combattimento a mani nude e nell'uso di svariate armi: 
  • La Naginata: la celebre lancia con una lama curva terminale, l'arma d'elezione dei monaci guerrieri, letale per falciare i fanti o i cavalli dei samurai.
  • Il Jo e il Bo: bastoni da viaggio in legno pesante, trasformati in armi da difesa rapidissime ed efficaci.
  • L'Arco e lo Yumi: usati con precisione millimetrica tra i boschi fitti.
  • Il Kanaboro (o Horagai): una grande conchiglia usata come corno per comunicare a chilometri di distanza tra le vette, ma anche per emettere suoni spaventosi capaci di disorientare i nemici in battaglia.
yamabushi che suona il kanaboro

Il legame segreto con i Ninja e i Sōhei

La figura dello Yamabushi si intreccia costantemente con le altre forze militari del Giappone feudale:
  • La connessione con i Ninja: Vivendo nelle zone montuose di Iga e Koka (le culle del Ninjutsu ), gli Yamabushi scambiarono costantemente conoscenze con i clan di spie. Molti storici ritengono che le mistiche tecniche energetiche dei ninja (come i gesti esoterici delle mani, il Kuji-kiri ) derivino direttamente dallo Shugendō degli Yamabushi. Inoltre, i ninja si travestivano spesso da monaci della montagna per superare i posti di blocco senza destare sospetti. 
  • La differenza con i Sōhei: Spesso confusi tra loro, i Sōhei erano i monaci dei grandi templi cittadini o di pianura (come il Monte Hiei), organizzati in veri e propri eserciti regolari fortemente politicizzati. Gli Yamabushi, al contrario, rimasero legati a una dimensione più solitaria, spirituale e geograficamente isolata, pur alleandosi occasionalmente con loro o con i samurai in grandi scontri epocali.  
Oggi lo Shugendō sopravvive ancora in alcune zone del Giappone (come sulle montagne sacre di Dewa Sanzan). I praticanti moderni non combattono più in guerra, ma continuano a scalare le montagne e a meditare sotto le cascate ghiacciate per preservare questa millenaria armonia tra uomo e natura.

LUCA MATTAROZZI Insegnante di Ai Jutsu, Yoga e Personal Trainer Dojo Maharishi Sathyananda

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