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I Segreti dei Samurai

Storia, tradizioni e leggende dei più temibili guerrieri della storia

l fascino che da sempre ammanta la figura del Samurai trascende le genezioni e i popoli.

Il loro codice etico, il Bushido, le loro armi, in particolar modo la Katana, e l’aura di misticismo e mistero da cui sono sempre stati attorniati, hanno dato vita al modello del guerriero perfetto ovvero di un’arte la cui perfezione non ha eguali.

I Samurai erano uomini addestrati al dovere e alla fedeltà assoluta, servi per definizione ma ancor prima membri di un'élite dai mille privilegi. Per quasi un millennio, nonostante quest’arte visse diverse evoluzioni, il loro universo rimase congelato nel tempo fino a quando, nel 1876, l’editto Haitorei vietò di indossare pubblicamente le loro temute spade, sancendo definitivamente un lento declino che avrebbe portato alla dissoluzione di questa classe guerriera e alla stessa produzione di katana.

Saburau in giapponese significa "servire" è fu da questo vocabolo che nacque il termine Samurai ovvero il nome di quella nobiltà-guerriera (differenziandoli dagli Ashigaru cioè i fanti, e dai Kuge cioè gli aristocratici di corte) che, a partire dall'XI-XII secolo, si imposero nel tessuto sociale nipponico sotto la guida di uno Shogun, figura amministrativo-politica che, parallelamente e lentamente, sottrasse potere all'imperatore (divenuta una figura per lo più simbolica). I Samurai che non serviranno più un Daimyō o uno Shogun perché morto o perché ne avevano perso il favore o la fiducia, saranno chiamati Rōnin, letteralmente "uomo onda", ovvero "libero da vincoli", assumendo però un significato dispregiativo.

Il termine Samurai era inoltre del tutto intercambiabile con Bushi, ovvero un nobile addestrato nell'utilizzo di ogni arma conosciuta (spada, arco, lancia etc.). Nel XII secolo, le isole giapponesi erano reduci da secoli di lotte intestine, i Samurai avevano accresciuto il loro potere sociale e si erano distinti come fedeli servitori dei Daimyō, i feudatari locali che rispondevano allo Shogun. Tra il XV e il XVI secolo, invece, le guerre e le lotte interne al Giappone erano divenute all'ordine del giorno, questa classe guerriera assunse quindi una grande importanza, accresciuta soprattutto dal forte senso di lealtà e onore che contraddistingueva questi combattenti presentandoli come esempi di purezza, vigore e spiritualità.

Ciò che contraddistinse fin dalle loro origini i Samurai, in particolar modo dalla equivalente cavalleria europea, fu la rigida applicazione di un Codice Etico chiamato Bushidō, "la via del guerriero".

Le origini

L’immagine idealizzata del Samurai non sempre è corrisposta, però, alla reale purezza dei loro intenti. Ancor più le loro origini risultano essere abbastanza diverse da quanto l’immaginario comune ha sempre creduto.

Non è anzitutto facile spiegare ciò che questa classe guerriera e il bushido implicarono se non si conoscono le dinamiche della tradizione giapponese. Questo codice è stato spesso paragonato alla cavalleria europea ma per quanto esistano molte affinità se ne distanzia per altrettanti elementi.

In origine i bushi nascono da un potere indipendente, come custodi di feudi rurali posseduti dai nobili residenti nella capitale. Tale figura compare per la prima volta alla metà del X secolo (epoca Heian) ma di quel periodo rimangono pochi documenti in cui i Bushi vengono raffigurati spesso come qualcosa di misterioso e oscuro.

Nel testo Shoku Nihongi (続⽇本紀, 797 d.C.), un antico documento giapponese racchiuso in quaranta volumi, in maniera quasi contraddittoria alla loro aura oscura viene invece detto che "I samurai sono coloro che formano i valori della nazione". Sono prevalentemente amministratori votati alla difesa di feudi e fin da subito formano una rete indipendente che si inserisce fin nei ranghi più bassi possedendo un potere economico che gli permette di arruolare sudditi e di acquistare armi e cavalli. In combattimento sono spietati e sono noti per riparare in ogni modo possibile ai danni subiti o creati da loro compagni. Nel buddhismo l'uccisione costituisce uno dei peccati più gravi per cui in questa epoca i Bushi sono considerati “peccaminosi”. Un nobile potente del X secolo, Fujiwara-no-Michinaga (966-1027), descrive nei suoi scritti i primi Samurai, come «abili assassini». Nel XII secolo, con l'indebolimento delle forze militari di corte, i Bushi iniziano ad essere assoldati da famiglie potenti e dai nobili nei loro conflitti di potere interno. Verso la seconda metà dello stesso secolo, il governo centrale è costretto ad arruolare questa classe sociale conducendoli al potere politico. Da questo momento nasce un doppio sistema, quello della corte di Kyoto affiancato dai Samurai la cui figura più influente diviene lo Shogun che instaura il bakufu o "governo della tenda" per mantenere in tutto il paese l’ordine. I Bushi nominati Shogun, formalmente, occupano un posto di funzionari di corte (rango molto basso rispetto ai ministri), ma in realtà si pongono come suprema autorità per numerosi gruppi di Bushi. Il governo militare è giustificato dal potere ufficiale della corte, mentre i bushi guidati dallo Shogun rimangono di fatto suoi sudditi privati.

Dopo la fondazione del Bakufu, per problemi territoriali, proseguono ininterrottamente le lotte tra i diversi gruppi di Bushi. Per 600 anni, ovvero dall'XI al XVII secolo, tali battaglie saranno all'ordine del giorno. Lentamente l’aura del Samurai si trasforma e diverranno ben presto una casta colta che, oltre alle arti marziali direttamente connesse con la loro professione, praticherà arti zen come il Cha No Yu (l’arte del the) o lo Shodō (l’arte della scrittura). 

Durante l'era Tokugawa (noto anche come periodo Edo , 1603-1868) i Samurai persero gradualmente la loro funzione militare divenendo non di rado dei Rōnin che si abbandonarono a saccheggi e talvolta anche a barbarie.

In questa epoca i Samurai, prevalentemente, si trasformarono anche in burocrati al servizio dello Shōgun o di un Daimyō e la loro Katana divenne inesorabilmente uno “strumento” per scopi cerimoniali e per sottolineare la loro appartenenza di casta.

kangi che rappresenta i Ronin, i Samurai senza padrone
kangi che rappresenta i Ronin

Con il rinnovamento Meiji (avvenuto nel tardo XIX secolo) questa classe fu abolita in favore di un esercito nazionale nipponico in stile prettamente occidentale.

Ciò nonostante, il Bushidō, il rigido codice d'onore dei Samurai, sopravvisse e ancora oggi, nella società giapponese, costituisce un nucleo di principi morali e di comportamento simile al ruolo svolto dai principi etici religiosi delle società occidentali.

Il Bushido

Il Bushido (武⼠道) costituì il sapere del Bushi. Letteralmente il termine significa “la via del guerriero” e si impose come un codice di condotta, uno stile di vita, adottato dai Samurai.

Nella sua formulazione iniziale risale al 660 a.C., questo codice fu citato per la prima volta nel Kōyō Gunkan (1616) e messo organicamente per iscritto da Tsuramoto Tashiro, che raccolse le regole del monaco-samurai Yamamoto Tsunetomo (1659 – 1719) nel testo Hagakure.

foto ottocentesca in falsi colori di un gruppo di Samurai appartenenti al clan Chosyu durante la guerra Boshin.
Gruppo di Samurai appartenenti al clan Chosyu durante la guerra Boshin.

Il Bushido fu ispirato e codificato dalle dottrine buddhiste e del confucianesimo adattate alla casta dei guerrieri. Valore fondante era il rispetto dei valori di onestà, lealtà, giustizia, pietà, dovere e onore, che dovevano essere perseguiti fino alla morte. Venir meno a questi precetti avrebbe causato il disonore del Samurai che avrebbe dovuto espiare le proprie colpe attraverso il Seppuku ("taglio dello stomaco"), il suicidio rituale, oppure l’Harakiri ("taglio del ventre"). Il Bushido praticato nelle diverse epoche in cui vissero i Samurai non fu però sempre attinente ad un medesimo codice d'onore, privo di modifiche o di differenze.

L’ideologia alla base dell'Hagakure è sostanzialmente divergente e in conflitto in molte sue parti con un'altra opera scritta poche decine di anni prima, il Libro dei Cinque Anelli di Miyamoto Musashi. Il concetto di onore alla base dell'Hagakure è basato sull'accettazione della morte e sull'obbedienza cieca al proprio signore, mentre Musashi lega il Bushido alla ricerca dell'autoperfezionamento e alla completezza culturale e filosofica in ogni arte.

Il Libro dei Cinque Anelli descrive il perfetto Samurai ponendo l'accento sulla sua controparte spirituale originata dal buddismo Zen. Questo testo risulta essere profondamente più pragmatico dell'Hagakure nonché scaturito da combattimenti reali e non da dispute di onore, in quanto fu scritto poco dopo la pacificazione del Giappone dopo un lungo periodo di guerre ma ancor più da un simpatizzante per la parte sconfitta.

I 7 principi

Il Bushido si fonda su sette concetti fondamentali, ai quali il samurai deve scrupolosamente attenersi:

 

義, Gi: Onestà e Giustizia Sii scrupolosamente onesto nei rapporti con gli altri, credi nella giustizia che proviene non dalle altre persone ma da te stesso. Il vero Samurai non ha incertezze sulla questione dell'onestà e della giustizia. Vi è solo ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

勇, Yu: Eroico Coraggio Elevati al di sopra delle masse che hanno paura di agire, nascondersi come una tartaruga nel guscio non è vivere. Un Samurai deve possedere un eroico coraggio, ciò è assolutamente rischioso e pericoloso, ciò significa vivere in modo completo, pieno, meraviglioso. L'eroico coraggio non è cieco ma intelligente e forte.

仁, Jin: Compassione L'intenso addestramento rende il samurai svelto e forte. È diverso dagli altri, egli acquisisce un potere che deve essere utilizzato per il bene comune. Possiede compassione, coglie ogni opportunità di essere d'aiuto ai propri simili e se l'opportunità non si presenta egli fa di tutto per trovarne una. La compassione di un samurai va dimostrata soprattutto nei riguardi delle donne e dei fanciulli.

礼, Rei: Gentile Cortesia I Samurai non hanno motivi per comportarsi in maniera crudele, non hanno bisogno di mostrare la propria forza. Un Samurai è gentile anche con i nemici. Senza tale dimostrazione di rispetto esteriore un uomo è poco più di un animale. Il Samurai è rispettato non solo per la sua forza in battaglia ma anche per come interagisce con gli altri uomini. Il miglior combattimento è quello evitato.

誠, Makoto: Completa Sincerità Quando un Samurai esprime l'intenzione di compiere un'azione, questa è praticamente già compiuta, nulla gli impedirà di portare a termine l'intenzione espressa. Egli non ha bisogno né di "dare la parola" né di promettere. Parlare e agire sono la medesima cosa.

名誉, Meiyo: Onore Vi è un solo giudice dell'onore del Samurai: lui stesso. Le decisioni che prendi e le azioni che ne conseguono sono un riflesso di ciò che sei in realtà. Non puoi nasconderti da te stesso.

忠義, Chugi: Dovere e Lealtà Per il Samurai compiere un'azione o esprimere qualcosa equivale a diventarne proprietario. Egli ne assume la piena responsabilità, anche per ciò che ne consegue. Il Samurai è immensamente leale verso coloro di cui si prende cura. Egli resta fieramente fedele a coloro di cui è responsabile.

La sua evoluzione

Il codice del Bushido, come ricordato, ebbe una sua singolare evoluzione nel corso delle diverse epoche. Verso il 1000 d.C. lo shintoismo costituiva ancora la principale confessione e fonte di ispirazione dei Samurai, rimarcando profondamente l’importanza del concetto di fedeltà all'imperatore in un'epoca in cui essere Samurai significava essere provetti guerrieri.

Nel corso dei secoli successivi iniziarono a diffondersi e a sovrapporsi i concetti taoisti, buddisti e confuciani. Particolare fortuna ebbero il buddismo cinese e, successivamente, il buddismo zen affiancati da un buddismo più esoterico, soprattutto nelle casate nobili più altolocate e potenti mentre il primo maggiormente in piccole scuole e tra i Rōnin.

guerrieri samurai con l'armatura
guerrieri samurai in posa da battaglia
In basso, armatura da Samurai del tipo Yokohagido (yokohagido tosei gusoku). Periodo Edo, XVII secolo.
Armatura da Samurai del tipo Yokohagido

In quest'epoca si diffusero molte scuole che associavano ai doveri del Samurai l'obbligo di svolgere i propri compiti non solo al massimo delle proprie capacità ma con grazia ed eleganza, dimostrando attraverso il “gesto marziale” la propria superiorità. Questa pratica fu contestata profondamente nel XVI secolo quando fu data nuovamente attenzione all'efficacia e non alla forma del gesto.

Quelli che erano stati i ruvidi Samurai del 900 si erano trasformati, prima del 1300, in raffinati poeti, mecenati, pittori, cultori delle arti, collezionisti di porcellane, codificando per i Samurai in molte opere del Bushido la necessità di essere esperti in molte arti e non solo in quella della spada.

La prima grande codificazione di questa svolta ebbe luogo nel testo Heike Monogatari, (periodo Kamakura 1185-1249), in cui si attribuì alla via del guerriero l'obbligo dell'equilibrio tra la forza militare e la potenza culturale.

Questa duplice visione dei Samurai si affermò fino a diventare quasi egemonica, ne è un esempio Hojo Nagauji signore di Odawara (1432-1519), che oltre ad essere stato uno dei più importanti Samurai della sua epoca scrisse nel suo Ventuno precetti del Samurai: "La via del guerriero deve sempre essere sia culturale, sia marziale. Non è necessario ricordare che l'antica legge stabilisce che le arti culturali dovrebbero essere rette con la sinistra e quelle marziali con la destra". Da questo insegnamento trassero spunto moltissimi Samurai che divennero famosi tanto come spadaccini quanto e più, come esperti della cerimonia del tè o come artisti, attori di teatro Nō e poeti.

 il Samurai Miyamoto Musashi, tra i più celebri della storia giapponese.
Il Samurai Miyamoto Musashi

Il grande commentatore dell'arte della guerra di Sun Tzu, Imagawa Royshun (1325-1420), nelle sue Norme affermò che "Senza conoscere la via della cultura, non ti sarà possibile raggiungere la vittoria in quella marziale", dando così origine ad un nuovo concetto di equilibrio tra cultura e guerra noto come Bunbu Ryodo ("non abbandonare mai le due vie").

Anche Miyamoto Musashi, tra i più grandi combattenti del XVII secolo (con 59 vittorie e un pareggio avvenute entro i suoi trent'anni), si trasformò nella seconda parte della sua vita in uno dei più grandi pittori di quel periodo. Musashi concordava con le parole di Takeda Shingen (1521-1573), forse il più brillante generale del XVI secolo, quando aveva affermato che la grandezza di un uomo dipendeva dalla pratica di numerose vie.

Questo atteggiamento provocò necessariamente una serie di critiche profonde al concetto del Samurai, tra i cui massimi rappresentanti ricordiamo Kato Kiyomasa (1562-1611) che avversò tutto ciò che non era marziale definendo "effeminati" i Samurai che si erano dedicati alla poesia o ad altre arti.

Nacquero così correnti di pensiero "profondamente marziali" che rifiutarono ogni aspetto culturale nella figura del Samurai.

Tali eventi potrebbero sembrare paradossali soprattutto per l’epoca in cui si verificarono, la cosiddetta Pax Tokugawa, durante la quale nei Dojo lo studio della cultura ebbe una delle sue massime fioriture ma in cui contemporaneamente si cercava di ritornare al significato originario dell'essere Samurai, ovvero di un guerriero impavido.

Le differenti fonti di ispirazione culturale a cui erano soggetti i samurai (scintoismo, scintoismo esoterico, taoismo, buddismo cinese, buddismo della terra pura, buddismo zen, buddismo esoterico, confucianesimo ufficiale cinese, confucianesimo dei glossatori giapponesi ed epica classica giapponese) crearono scuole di pensiero e di pratica molto differenti, con principi di vita talvolta contrapposti o, più spesso, semplicemente complementari, anche grazie alla grande attitudine al pragmatismo e al sincretismo della cultura giapponese.

Le armi dei Samurai

Il fascino e il mistero che attorniano la figura del Samurai risiedono nei molteplici aspetti fino ad ora descritti ma ancor di più, probabilmente, nelle armi che utilizzarono, nelle tecniche che svilupparono e nella destrezza dei loro combattimenti.

Si deve anzitutto sfatare un mito ricorrente ovvero che l'arma prediletta dai Samurai fosse la Katana (la spada). Nella realtà storica la loro arma d’elezione fu lo Shigetou, l'arco asimmetrico giapponese, lungo 2 metri e fatto di legno laminato e laccato. Questa era l'arma di esclusiva pertinenza dei Samurai. Con la sua potenza era in grado di lanciare frecce infuocate a un centinaio di metri di distanza e, fino al XIII secolo, fu temuta ancor più della Katana. Era solitamente usato in piedi, dietro un Tedate, un largo scudo di legno ma poteva essere usato anche a cavallo. La pratica di tirare con l'arco da cavallo si trasformò ben presto in una cerimonia shinto detta Yabusame. Nelle battaglie contro gli invasori mongoli, questi archi furono l'arma decisiva, contrapposti agli archi più piccoli e alle balestre usate dai cinesi e dagli stessi mongoli. Fino alla fine del XIII secolo la via elettiva dei guerrieri era, come detto, considerata l’uso dell’arco mentre la via della spada (Kendo) possedeva un ruolo minoritario.

Assieme alla Katana, il corredo del Samurai comprendeva la corta Wakizashi (lo spadino utilizzato anche per suicidarsi), nonché ventagli da guerra con i bordi affilati come coltelli. Il loro “set da combattimento”

Samurai giapponesi in armatura con diverse armi (1880 circa).
Samurai giapponesi con diverse armi (1880 circa).

comprendeva una grande varietà di armi. Nessuna era considerata disonorevole fatto salvo per quelle da fuoco che costituirono una eccezione, laddove ne fu fortemente scoraggiato l’uso durante il XVII secolo dagli Shogun Tokugawa, fino ad arrivare, sempre in questo periodo, a proibirle quasi completamente. Sarà sempre nel periodo Tokugawa, tra le epoche d’oro dei Samurai, che inizierà a diffondersi l'idea che l'anima di un samurai risiedesse nella Katana, proprio in conseguenza dell'influenza dello zen sul bujutsu.

Quando il neofito cadetto della classe militare raggiungeva i tredici anni di età veniva preparata una cerimonia chiamata Genpuku, in cui gli era assegnato un Wakizashi e veniva conferito da adulto per trasformarsi così in vassalli, cioè Samurai a tutti gli effetti.

Tale investitura dava loro il diritto legale di poter indossare una Katana, che era quasi sempre assicurata e chiusa con dei lacci per evitarne sfoderamenti immotivati o accidentali. La Katana e Wakizashi erano denominati assieme Daishō (letteralmente "grande e piccolo") e garantiva loro le prerogative del Buke, ovvero la classe militare al vertice della piramide sociale.

Siamo stati abituati, soprattutto dai cartoni animati o dai fumetti, a vedere i Samurai indossare due katana ma tale prerogativa fu espressamente vietata nel 1523 ai cittadini comuni che non fossero figli di un Samurai, principalmente per evitare rivolte armate violente. Tale divieto nasceva dal fatto che prima di questa riforma tutti potevano diventare Samurai mentre successivamente fu sancita la carica ereditaria di tale classe.

Nel XV secolo assistiamo ad una introduzione massiva della lancia (Yari). Questa ben presto sostituì il Naginata allorquando l'eroismo individuale divenne meno importante sui campi di battaglia e le milizie furono maggiormente organizzate.

Nelle mani dei fanti, detti Ashigaru, lo Yari divenne più efficace di una Katana soprattutto nelle grosse cariche. Un chiaro esempio storico di quanto detto è l’epica battaglia di Shizugatake, avvenuta nel maggio del 1583, in cui Shibata Katsuie fu sconfitto da Toyotomi Hideyoshi (da allora anche noto come Hashiba Hideyoshi) trasformando in leggenda i cosiddetti "sette lancieri di Shizugatake" che ebbero un ruolo cruciale nella vittoria.

In generale l'armatura (Yoroi) utilizzata dai Samurai era meno pesante di quelle usate in Europa nel medioevo poiche' era creata con materiali piu' leggeri. Queste protezioni erano studiate per soddisfare le esigenze dei Samurai che privilegiavano la facilita' dei movimenti a una maggiore copertura difensiva. Partendo dal presupposto che nessuna armatura era in grado di proteggere completamente, in combattimento risultava molto piu' utile potersi muovere con maggiore agilita' e velocita'. Come tutto quello che riguardava i Samurai, anche l'armatura assunse significati che andavano oltre il semplice utilizzo militare. Il guerriero non voleva certo mimetizzarsi, voleva anzi essere riconosciuto, con i segni del suo clan e quelli di identificazione personale. La componente piu' curiosa erano le spaventose maschere (Menpo - 面具) che i Samurai portavano con il triplo scopo di proteggere il volto, di costituire una base per l'elmo e di incutere timore nell'avversario.

Seppuku e Harakiri

Il fascino e il mistero che ammantano la figura del Samurai risiedono ancor più nell’incredibile pratica che, in Occidente, è stata uno degli elementi più incredibili del loro spirito devozionale. La traduzione letterale del termine Seppuku è "taglio dello stomaco" mentre per Harakiri è "taglio del ventre". La sua applicazione avveniva secondo rigide regole dettate dal Bushido ovvero secondo un rituale e come espiazione di una colpa commessa o come mezzo per sfuggire ad una morte disonorevole per mano dei nemici. Fondamentale nella comprensione di questo rituale era la credenza nipponica che il ventre fosse la sede dell'anima e pertanto il significato simbolico era quello di mostrare agli astanti la propria anima priva di colpe e in tutta la sua purezza.

La sua pratica avveniva su base volontaria ma, durante il periodo Edo (1604–1867), divenne una condanna a morte che non comportava disonore. Il condannato, visto il suo rango sociale nella casta militare, non veniva giustiziato come un comune malvivente ma invitato, o costretto, a togliersi da solo la vita praticandosi con un pugnale una ferita profonda all'addome di tale gravità da provocarne la morte.

Il taglio doveva essere eseguito da sinistra verso destra e poi verso l'alto. La posizione doveva essere quella del Seiza, cioè in ginocchio con le punte dei piedi rivolte all'indietro. Oltre al suo valore rituale tale posizione aveva uno scopo pratico, impediva cioé che il corpo cadesse all'indietro, laddove il guerriero sarebbe sempre dovuto morire cadendo onorevolmente in avanti.

L'arma usata poteva essere il Tantō (coltello), anche se più spesso, soprattutto sul campo di battaglia, la scelta ricadeva sul Wakizashi, detto per questo "guardiano dell'onore", la seconda lama (più corta) che era portata di diritto dai soli Samurai.

Per preservare ancora di più l'onore del Samurai, un fidato compagno, chiamato Kaishakunin, previa promessa all'amico, decapitava il samurai appena egli si era inferto la ferita all'addome, per fare in modo che il dolore non gli sfigurasse il volto.

La decapitazione (Kaishaku) richiedeva eccezionale abilità e infatti il Kaishakunin era solitamente il compagno d’armi più abile nel maneggio della spada. Un errore derivante da poca abilità o inquietudine avrebbe provocato notevoli ulteriori sofferenze. La decapitazione non doveva poi essere totale, rispetto a quanto creduto, ma un piccolo brandello di pelle avrebbe dovuto mantenere la testa attaccata al corpo per preservarne il volto. La decapitazione totale era riservata infatti solo ai malfattori di rango più basso.

La presenza del Kaishakunin costituisce la differenza essenziale tra Seppuku e Harakiri: sebbene le modalità di taglio del ventre siano analoghe, nell'Harakiri non è prevista la decapitazione del suicida e pertanto viene a mancare tutta la relativa parte del rituale, con conseguente minore solennità dell'evento, nonchè una morte per atroci sofferenze del soggetto.

Il caso più noto di Seppuku collettivo fu quello dei "47 Rōnin" celebrato nel dramma Chushingura, mentre il più recente è stato quello dello scrittore Yukio Mishima (pseudonimo di Kimitake Hiraoka) avvenuto nel 1970. In quest'ultimo caso, il Kaishakunin Masakatsu Morita, in preda all'emozione, sbagliò per ben due volte il colpo di grazia portando ad intervenire Hiroyasu Koga, per dare il colpo di grazia allo scrittore.

Nel 1889 la costituzione Meiji abolisce questa forma di immolazione rituale.

Il termine Jigai, identificava nella tradizione della casta dei samurai il seppuku per le donne; in questo caso il taglio non avveniva al ventre bensì alla gola, dopo essersi legate i piedi per non assumere posizioni scomposte durante l'agonia.

La Katana

Tsukioka Yoshitoshi 1839-1892, Il ronin Yazama.
Tsukioka Yoshitoshi 1839-1892

La Katana (o Uchigatana) era la tipica e più nota arma dei Samurai, entrata nella leggenda per le sue incredibili qualità e per la sua ineguagliabile precisione.

Fu un’arma letale, dalla lama curva a taglio singolo, capace di decapitare un uomo con un solo fendente. Era più leggera delle spade europee medievali, la katana pesava circa un chilo mentre le spade europee non superavano l’1,7 kg.

Era così maneggevole da permettere l’uso contemporaneo di una katana per mano (una tecnica, questa, consigliata dal famoso Musashi Miyamoto nel suo Libro dei Cinque Anelli).

Le ordinanze del Daimyo Hideyoshi Toyotomi del 1587 e del 1591 proibì a chiunque di portare queste armi fatta eccezione proprio per la classe guerriera.

Questo privilegio durò fino a metà del 1800, quando l’uso fu proibito anche alla classe guerriera. Nessuno poté più portare armi in pubblico e, conseguentemente la stessa produzione delle katana, si arrestò improvvisamente dopo oltre un millennio di gloria.

La produzione di spade in ferro inizia in Giappone alla fine del IV secolo quando i Mongoli invasero il Giappone dalla Corea e introdussero le prime forme di katana che non erano altro che le spade curve mongole, simili al Dao cinese. Da queste confluenze culturali i giapponesi appresero la tecnica della tempra differenziale da cui sarebbero nate le katane come le conosciamo oggi. Nel periodo Heian (782-1180) le spade assumono la classica forma ricurva, sono più lunghe della katana classica e furono spesso usate spesso a cavallo o montate in configurazione Tachi (con la lama rivolta verso il basso). Nel periodo Kamakura (1181-1330) la tecnologia produttiva raggiunge livelli ineguagliati e si ha la comparsa delle celebri "cinque scuole" di maestri spadai, corrispondenti ad altrettante zone di estrazione mineraria.

La tecnica di forgiatura permetteva alla lama di essere unica nel suo genere e di poter esprimere il meglio laddove utilizzata contro un avversario. Nonostante questa spada permettesse la stoccata, veniva usata principalmente per colpire con dei fendenti, impugnandola ad una o due mani. Strutturalmente possiede una lama ricurva ed il taglio posto solo sul lato convesso era tra i più affilati che la storia ricordi. La Katana può avere o meno uno scolasangue, ovvero un piccolo solco che scorre per quasi tutta la lunghezza della lama, con la funzione di guidare il sangue lungo la lama.

Katana spada giapponese

Da queste sue particolarità nacquero nel tempo leggende che rendono testimonianza di come quest’arma fosse sospesa tra realtà e mito.

Leggende sull’origine della Katana

disegno di un Samurai armato di katana

Il Giappone è estremamente legato alle sue tradizioni e rimanda spesso la sua storia a origini divine. E’ anche il caso della katana.

Secondo una leggenda, la dea Amaterasu (la personificazione del Sole) diede in dono ai suoi discendenti una collana, uno specchio e una spada. Ancora oggi sono questi gli emblemi del Giappone che riconoscono la sua origine divina. In questo contesto, la spada dei Samurai è vista come un vero e proprio Kami, cioè uno spirito (o una divinità) volta sia alla morte che alla salvaguardia della vita.

Forse è questo il motivo per cui era credo dei samurai che l’arma assorbisse l’anima di chi l’aveva posseduta. Più una katana era antica, più era temprata dai guerrieri trascorsi. Una leggenda più terrena parla di un fabbro chiamato Amakuni, vissunto nel XII secolo d.C. Le sue spade erano così perfette che erano in grado di rendere invincibili chi le possedeva.

immagine di un samurai in armatura

La Forgiatura

immagine che ritrae il momento in cui viene forgiata una katana
parti della katana
katana nelle sue innumerevoli parti

La costruzione della katana è un processo lungo, particolare e complicato. I forgiatori moderni sono rimasti in numero veramente esiguo.

Come materiale grezzo si usavano alcuni tipi di acciaio (morbido e duro) uniti a carbonio. Questo permetteva di creare una lama resistente ma flessibile. Il blocco di ferro (chiamato Tamahagane) veniva scaldato ad alte temperature e modellato con il martello, creando fino a 15 ripiegature, che corrispondevano a 32.768 strati (a ogni piegatura si raddoppiava il numero di strati).

A partire dalla materia primaria i diversi strati di tamahagane erarno scaldati, percossi e ripiegati più volte per eliminare ogni tipo di impurità. Le due anime della spada, una ricca di carbonio e tagliente, e una più resistente che attutisce i colpi, sono inserite l’una nell’altra: all’esterno la più dura e affilata, all’interno la più duratura. La lama è poi passata in varie miscele di argille con diversa refrattarietà al calore, portata di nuovo al calore dell’incandescenza e poi immersa in acqua tiepida. I diversi tipi di tempra e di acciaio producono lo hamon, una piccola linea scura che costituisce il “marchio di fabbrica” della spada, e la tipica curvatura della katana. Al togishi (maestro pulitore) spetta la levigatura finale, che dura fino a 15 giorni.

Toccava poi definire la forma della katana e quindi indurire il filo attraverso passaggi di riscaldamento e rapido raffreddamento in acqua.

Seguiva la paziente lucidatura con pietre e infine la finitura conclusiva con barre d’acciaio. La katana doveva essere perfetta: efficiente in battaglia, resistente, ma anche bella esteticamente. Il procedimento costruttivo tradizionale viene ancor oggi tramandato segretamente di generazione in generazione, dal mastro forgiatore all'allievo forgiatore.

Il Kaisho

Volendo scoprire la tradizione giapponese, gli autori del presente articolo si sono recati a Brescia dove vive il Guru Maharishi Sathyananda, un vero Kaisho, ovvero il fondatore di un “metodo”, di un’arte marziale, l’Aijutsu, la Via dell’Amore.

E’ in ambito militare S.M.E.F. che egli conosce il Colonnello NATO giapponese Tachi Kurenai (8 Dan Kendo, 8 Dan Iaido, 8 Dan Katori Shinto Ryu) dal quale gli vengono trasmesse le tre discipline, il Colonnello diventa egli stesso allievo del Guru per la pratica del Kriya Yoga. Dopo un lungo percorso di studio e pratica tra Kriya Yoga, Kendo, Laido, Katori Shinto Ryu, è nel 1973 che il Guru propone la possibilità di estrapolare da queste discipline il meglio delle loro potenzialità per dare vita all’Aijutsu.

La pratica della meditazione Kriya Yoga permette al Guru di comprendere il profondo significato delle arti apprese e realizza così che “l’Aijutsu è meditazione vivente che si esprime attraverso l’armonia del corpo”.

Nascono così i Kata, esercizio di forma designata per integrare specifiche qualità neuromuscolari nel praticante di un’arte marziale simulando un vero e proprio combattimento. I tre elementi che costituiscono l’essenza dei Kata sono Waza, la tecnica; Kata, la forma e Ai, l’armonia.

Questa disciplina si compone di 20 Kata del Kenjutsu, 13 del Tenshinshoden, 6 del Bushido, 10 Aijutsu Buten Ryu e 14 dello iaido rendendo questo metodo unico in Europa, e forse nel mondo, essendo la summa di più metodi di combattimento marziale in un’unica scuola.

Tanto da essere risconosciuto dal Colonnello Kurenai come “più giapponese di un giapponese” frase ripetutagli oltre 45 anni dopo dal grande forgiatore di katane Gassan (da cinque generazioni la sua famiglia detiene il segreto per la forgiatura di queste armi). Dalle sue parole abbiamo appreso non solo parte della storia dei Samurai ma anche di come questa disciplina si sia evoluta fino ad oggi.

Il Kaisho fondatore dell'ai jutsu sensei maharishi sathyananda

Nel nostro incontro abbiamo chiesto al Kaisho alcune particolarità che contraddistinguono ieri come oggi il combattimento nella cultura giapponese.

Una di queste è il Kiai, armosiona espressione dell’energia che risiede in ciascun praticante.

“Il Kiai nella sua espressione sonora si manifesta nella massima spontaneità, è parte integrante dell’azione in quel preciso istante. Durante il Kata non deve esserci nessun ripensamento, possibilità di errore o esitazione”.

katana forgiate da Gassan Sadatoshi

 

 

Gli abbiamo chiesto quindi come avviene da secoli la trasmissione dei Kata. La sua risposta è stata eloquente “... la trasmissione avviene in un gruppo sociale omogeneo, che accetta un codice gestuale. Colui che insegna direttamente non è l’origine del messaggio, è un intermediario che trasmette i Kata che egli stesso ha appreso dalla generazione precedente.


Gassan Sadatoshi e Sensei Maharishi Sathyananda durante la cerimonia di consegna della Katana
Gassan Sadatoshi e Kaisho Maharishi Sathyananda cerimonia di consegna della Katana

L’origine di questo messaggio si nasconde in tempi remoti ed evolve nel corso delle generazioni. Colui che riceve, o acquisisce, la forma del messaggio, il cui contenuto rimanda alla strategia del combattimento, alla maniera di allenarsi ad altri punti precisi”.

Abbiamo quindi chiesto quale ruolo e significato possedesse la Katana, un’arma che in più di mille anni di storia ha acquisito un’aura unica nel suo genere. La risposta è stata oltremodo interessante. “La Katana è l’anima del Samurai, era lo strumento che dava la vita e la morte. Nell’attuale praticante concede libertà, emancipazione, evoluzione. L’amore unisce tutti i popoli della Terra, la Katana il profondo spirito degli esseri umani”.

E’ nel 2015 che il Guru riceve una katana di inestimabile valore dal Maestro Gassan Sadatoshi, il più grande forgiatore di Katane al mondo e considerato patrimonio nazionale del Giappone. L’evento è stato patrocinato dal Consolato Generale giapponese a Milano.

Comprendere l’amore (Ai) e la dedizione che il Guru Maharishi Sathyananda dedica a quest’arte e ai suoi allievi ogni giorno è qualcosa che va al di là della ragione rendendo di fatto ancora oggi viva e immortale la millenaria arte dei Samurai giapponesi. La disciplina permette la crescita interiore ed è essa stessa parte del percorso e forma il praticante. Una vita spesa alla ricerca e alla diffusione del concetto di Amore inteso come ardore marziale che riecheggia in ogni Kiri (taglio) accompagnato dal suono del fendente. “Dalla cura del dettaglio prende forma il Kata”. Nella consapevolezza e nella pratica delle arti marziali e della meditazione non ha valore ciò che si ottiene ma immenso è il valore di ciò che si diventa.

Essere uno Shi, uomo, guerriero, saggio, eroe. Raggiungere la completezza, la perfezione attraverso il percorso, Do.

Percorrere la Via (Do) ovvero la scelta fatta, ci conduce verso uno stato interiore che permette di liberare le facoltà umane nei diversi campi delle arti.

Perfezionare una disciplina permette di portare a compimento la personalità dell’individuo in armonia con gli uomini e con la natura.

Il concetto di Do, quindi, rappresenta l’avanzamento nella Via che conduce a questa perfezione con l’idea che percorrere il cammino sia in se stesso il fine, “l’Aijutsu non è il Kata ma il percorso”.

 

“Nell’istante l’azione”.

Mani che impugnano la Katana
Kakejiku con scritti i nomi dei kata dell'Ai Jutsau

BIBLIOGRAFIA:

 

- Taisen Deshimaru Roshi, Zen e Arti Marziali, Il Cerchio, 2004.

- Werner Lind, Budo, Edizioni Mediterranee, 1992.

- Sergio Mor Stabilini, L’antica arte della spada giapponese, Jitakyoei Budo Edizioni, 2016.

- Takuan Soho, La mente immutabile, Luni Editrice, 2016.

- Kenji Tokitsu, Il Ki e il senso del combattimento, Luni Editrice, 2016.

- Kenji Tokitsu, Kata, Luni Editrice, 2014.

- Wagner Gordon, Draeger Donn, Japanese Swords

- Manship, Techique&Practice, John Weatherhill inc. New York & Tokyo.

- Alberto Roatti, Stefano Verrina, La Spada giapponese, storia, tecnologia e cultura. Editore Planetario, 2004.

- Alberto Roatti, Stefano Verrina, Tōken No Kanji

- Manuale pratico per la lettura dei kanji delle tōken. Digital Index Editore, 2012.

- Coutsoumbas Dimitrios, "Recensione di una delle spade più famose e conosciute al mondo, la Katana!". 2010.

artista marziale al tramonto che si allena con la katana

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